13/07/2022

Il costo del proibizionismo: un detenuto su tre in carcere per droga. E’ ora di cambiare pagina.


Cosa emerge dal  Libro Bianco sulle droghe dal titolo “La sfida democratica”, presentato qualche settimana fa alla Camera dei Deputati?
Un terzo dei detenuti è in carcere per droga, più di un detenuto su quattro è tossicodipendente: per questo le celle sono sovraffollate e i tribunali sono ingolfati.
Si tratta di un rapporto indipendente sugli effetti del Testo Unico sugli stupefacenti (Dpr 309/90) sul sistema penale, sui servizi, sulla salute delle persone che usano sostanze e sulla società. È promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA, Associazione Luca Coscioni, ARCI, LILA e Legacoopsociali con l’adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITARDD ITANPUD. Vediamo i dati più significativi.
Il 30% dei detenuti entra in carcere per detenzione o piccolo spaccio.
Inoltre il 35% dei detenuti presenti nei nostri istituti di pena è dentro sempre per reati connessi alla droga.
In aumento quelli in associazione con l’art. 74 (associazione per traffico illecito di droghe) 5.971.
Aumentano anche i detenuti esclusivamente per l’art. 74, che superano per la prima volta quota mille: sono 1.028.
Secondo il rapporto si confermano drammatici i dati sugli ingressi e le presenze di detenuti definiti tossicodipendenti: lo sono il 35,85% di coloro che entrano in carcere, mentre al 31 dicembre 2021 erano presenti nelle carceri italiane 15.244 detenuti “certificati”, il 28,16% del totale, più di 1000 in più rispetto all’anno precedente. Si tratta del record percentuale, oltre i livelli della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007), alimentato dall’aumento degli ingressi in carcere di persone che usano sostanze.

Tutto ciò ha dirette conseguenze ovviamente anche sulla giustizia e l’esecuzione penale: le persone coinvolte in procedimenti penali pendenti per violazione degli articoli 73 e 74 sono rispettivamente 186.517 e 45.142. In totale 231.659 fascicoli per droghe intasano i tribunali italiani. E inoltre basti pensare che senza detenuti per art. 73 (spaccio) o senza detenuti dichiarati “tossicodipendenti” non si avrebbe alcun problema di sovraffollamento nelle carceri italiane.

Per fare un confronto tra Italia e resto del mondo nel Libro Bianco viene ricordato anche un rapporto Onu del 2021 secondo il quale la media mondiale di detenuti per reati di droga è del 21,65%; in Italia, al 30 giugno 2021, la percentuale era del 35,91%, corrispondente al doppio della media europea (18%) e molto più di Messico (9,7%), Usa (20%), Colombia (20,7%), Marocco (25%), Albania (26%), Russia (28,6%) e Algeria (34,5%).

Ma quali riflessioni possono ancora farsi a partire da tutti questi numeri? Come scrivono Stefano Anastasia e Franco Corleone nell’introduzione «l’esperienza di questi anni conferma gli studi sul net widening: la messa alla prova, le sanzioni di comunità comminate in sentenza e le misure alternative in esecuzione non fanno diminuire il peso sul carcere se non sono accompagnate da una chiara politica di depenalizzazione. In questi anni l’enorme crescita delle misure di comunità si è affiancata all’universo della detenzione senza scalfirlo, con la conseguenza di produrre una sorta di doppio binario classista, che divide coloro che per status sociale ed economico (prima che giuridico) possono ambire alle misure di comunità e quelli che sono destinati al carcere con sempre più rare opportunità di uscirne prima del fine pena».

Mentre nelle conclusioni Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone, denuncia come «la normativa sulle droghe non ha alcuna efficacia preventiva, speciale o generale. I numeri dei consumi e della repressione ci dicono che le scelte del singolo o della generalità dei consociati non sono state minimamente condizionate dalla severità della reazione penale. Dunque le pene alte e il proibizionismo si spiegano alla luce di una sotto-cultura penale meramente retributiva e afflittiva, con venature moralistiche. La legge Fini-Giovanardi è un manifesto di cultura illiberale. E ciò accade nel Paese dove è nato Cesare Beccaria».

Durante la conferenza di presentazione del Libro Bianco è intervenuto anche Riccardo Magi, deputato e Presidente di +Europa, primo firmatario della proposta sulla depenalizzazione della coltivazione domestica di cannabis per uso personale e sulla riduzione delle pene per i reati di lieve entità: «Il Testo Unico sugli Stupefacenti si conferma causa di sovraffollamento carcerario e di soffocamento dei tribunali, con effetti sociali devastanti e che non intaccano minimamente la diffusione delle sostanze. L’approdo in Aula alla Camera entro la fine del mese della proposta di legge a mia prima firma sull’autocoltivazione di cannabis è un’occasione importante per aprire un dibattito urgente nel Paese e nelle istituzioni. Purtroppo sta succedendo di tutto – ha spiegato il parlamentare – per impedire che la discussione approdi in Aula. Ieri (mercoledì, ndr) in Commissione Giustizia è terminata la votazione su tutti gli emendamenti e si sarebbe dovuto votare il mandato al relatore. Ma non è stato fatto, con la scusa delle scissioni dei gruppi parlamentari. Tutto è rimandato a lunedì. Al di là degli aspetti procedurali e tecnici, c’è molta resistenza contro una legge all’interno della quale c’è scritto che è lecita qualche cosa che ha a che fare con la cannabis. Voglio ricordare che questa proposta di legge è nata come risposta all’iniziativa sciagurata della lega che avrebbe voluto aumentare invece tutte le sanzioni penali. Noi abbiamo contrastato questo pericolo, mentre le altre forze politiche non avevano sentito questa urgenza».

Infine, secondo Marco Perduca dell’Associazione Luca Coscioni e Presidente del Comitato Referendum Cannabis «salvo sorprese dell’ultima ora, questa legislatura non verrà ricordata per riforme sulle “droghe” anzi, grazie al Ministro Speranza son stati creati irragionevoli ostacoli alla cannabis con CBD ed è stata proibita l’Ayahuasca. Spudorata invece la decisione della Consulta con l’inammissibilità del Referendum, che ha proibito al voto la riforma necessaria sulla cannabis: toglierla dalle maglie del diritto penale. Nel Libro Bianco viene pubblicata per la prima volta come contributo al dibattito la memoria presentata dal Comitato Promotore del Referendum Cannabis Legale insieme alla sentenza di inammissibilità 51/2022. Oltre a queste è pubblicata la trascrizione integrale della conferenza stampa del Presidente Amato sul referendum cannabis che tanto scalpore ha fatto per metodo, toni e merito insieme a commenti precedenti e successivi il giudizio della Corte, a supporto dell’ammissibilità del quesito. Oltre 600.000 cittadini si sono visti privare dei propri diritti costituzionali per una interpretazione discutibile e certamente fuori dal tempo sia della Costituzione che delle convenzioni internazionali».

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